Web Tax, un reato in tutti i sensi

Al rientro dalle vacanze natalizie nel nostro Liceo verrà attivato il servizio di elearning Google Apps for Students mentre in Parlamento si discute se applicare o meno la famigerata Google Tax, una tassa applicata a livello nazionale che obbligherebbe tutti gli utenti intenzionati a comprare servizi di pubblicità online ad acquistarli da società con partita IVA italiana.

Facciamo il punto

Tutte le multinazionali hanno sede in paesi come l’Irlanda o il Lussemburgo dove la tassazione è inferiore. Apple e Google ne sono un esempio lampante: hanno sede in Irlanda dove pagano tasse che non hanno nulla a che vedere con la pressione fiscale al 50% che abbiamo noi italiani.

L’introduzione di questa legge sarebbe illegale, infatti deve essere discussa a livello europeo e se la Camera non la annullasse nelle prossime settimane l’UE aprirebbe un’istruttoria contro il nostro paese, invalidando la legge inserita nel pacchetto stabilità e portandoci a pagare una multa. Questo piccolo particolare è passato inosservato e soprattutto non ha minimamente toccato Stefano Boccia, deputato del Partito Democratico, che ha proposto questa legge.

Potremmo parlare per ore della reazione del PD che, come al solito, si è subito diviso sulla questione. Una parte sostiene che sia una legge giusta e di equità mentre una seconda la ritiene una porcata che ha come obiettivo far rientrare del denaro nelle casse dello stato. In particolare Matteo Renzi, neosegretario del Partito, si è opposto alla Web Tax dicendo che si passerebbe dalla nuvola digitale alla nuvola nera di Fantozzi.

web tax

Non è uno scherzo

Inutile ribadire che sostengo apertamente che la Web Tax sia la tipica legge italiana, fatta per fare cassetto e che dimostra come l’obiettivo di far avanzare il nostro paese a livello tecnologico non rientri nelle agende dei nostri politici. Fortunatamente sembra che la Google Tax verrà ritirata dalla legge di stabilità approvata questa sera nei prossimi giorni ma ora vi spiego anche perché in molti si sono opposti a questa (ennesima) tassa:

– Principio di equità: se fosse davvero un principio di equità andrebbe applicata a tutte le aziende che non hanno partita iva italiana che operano nel nostro Paese. Torneremmo però a parlare di protezionismo il che non avrebbe molto senso dato che facciamo parte dell’Unione Europea.

– Evasori del Web: Repubblica continua a citare Amazon, Google e Facebook come “evasori del web” peccato che le tasse le paghino dove devono essere pagate. Gli evasori sono altri e in Italia li conosciamo benissimo.

– colpirebbe anche aziende italiane: tutte le società che comprano banner pubblicitari da Google e li rivendono a terzi pagherebbero la materia prima (spazi pubblicitari) ad un prezzo assolutamente meno competitivo rispetto a quello precedente, spingendo il consumatore ad appoggiarsi al fornitore estero piuttosto che passare da un intermediario italiano.

– Porta pochissimi soldi rispetto a quelli che si ricaverebbero dal taglio dei costi della politica. Stime recenti parlano di 300 milioni di euro (Fonte Linkiesta) a fronte della procedura di infrazione alla quale saremmo sottoposti da parte dell’Unione Europea e dell’insulto a tutti coloro che cercano di fare impresa sul web, i quali sono sconcertati dal fatto che l’Italia dei Forconi da Google & Co. piuttosto che investimenti preferisca le tasse.

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