Un posto nel mondo

AD  ERNESTO

Si dice che ognuno abbia il suo posto nel mondo, che non scegliamo dove nascere, quale lingua parlare o in che famiglia crescere ed è un semplice dato di fatto.

Come ogni dato di fatto che si rispetti, dovremmo semplicemente accettarlo, ma possiamo davvero ignorare tutta la povertà e il degrado che circondano le nostre case calde e le tavole imbandite? Siamo davvero disposti a lasciare dei bambini privi di un’infanzia o senza un’istruzione, per farli crescere in quella parte di mondo, che ha come valori della vita lo sfruttamento e la paura?

Noi questa volta una scelta ce l’abbiamo. Possiamo reagire e cercare, anche nel nostro piccolo, di cambiare le cose: in fondo anche Lei è partito da un rudere ed un gruppetto di amici e guardi ora quanta strada ha fatto! Non tanto per il successo o per la fama, ma per essere il fondatore di una casa per i senza tetto, di una famiglia per chi non ha mai avuto la possibilità di averne una, di un pasto caldo per chi poteva solo sognarselo e di un’istruzione per chi vuole cercare d’integrarsi in un Paese che non è nemmeno il suo. Prima del SERMIG noi potevamo solo “immaginare” quante persone morivano di fame ogni giorno, potevamo “supporre” quante persone non potevano permettersi cure mediche o dei vestiti, ma  entrando nell’arsenale abbiamo cominciato a renderci realmente conto di quanto siamo fortunati e di quanto siamo stati indifferenti.

Ci siamo realmente resi conto  cosa significava “avere fame”, quando, all’ora di pranzo, nel piatto avevamo poco più di due chicchi di riso. Ci siamo resi conto cosa voleva dire avere sete, soltanto quando  l’acqua a disposizione era a mala pena sufficiente per bagnarsi la bocca. È  infatti, con il pranzo dei popoli, che abbiamo capito quanto cibo buttiamo, perché diamo per scontato, che il giorno dopo ne avremo dell’altro:  posso dire che, per essere stato un gioco, con lo scopo di farci aprire gli occhi su quella che è la dura realtà di oggi, ha reso bene l’idea. È stato senza dubbio affascinante ascoltare la storia di com’è nato tutto questo e la perseveranza che  lei e i suoi amici avete avuto per portare avanti  un progetto che, agli occhi di molti, risultava senza un futuro.

A questo punto direi anche che vi siete presi una bella rivincita, a dimostrazione, di quanto la strada da percorrere per la realizzazione di un sogno, possa essere ricca di alti e bassi, ma anche di quanto possa essere appagante sapere che tutti gli sforzi  siano serviti.

La ringraziamo anche del tempo che ci ha dedicato per rispondere alle nostre domande e per farci conoscere quello che è il suo punto di vista, oserei dire, quasi utopistico: ma insomma possiamo davvero puntare tanto in alto?

Quello che ci frena ad arrivare alla realizzazione, non di un mondo perfetto, ma di un mondo migliore, è  la paura, perché non si può misurare, ci spaventa il non sapere o non riuscire a controllare le cose, e rimanerne delusi. Nella vita però bisogna anche cercare di mettersi in gioco, proprio come ha fatto Lei e  posso assicurarle che questo messaggio è arrivato: il SERMIG è un insieme di persone, che si mettono in gioco giorno per giorno, inventando un nuovo posto nel mondo senza mai sentirsi  a posto.

Giorgia Monieri

con i compagni della I H del liceo Mascheroni di Bergamo

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