Senza ritegno. Quello che il governo egiziano non dice.

Dal 2011 l’Egitto non ha più un governo stabile. Sempre in balia della popolazione, il paese è a sempre a rischio rivolte, anche se dal 2013 un governo esiste ed è quello di Abd al-Fattah al-Sisi, feldmaresciallo dell’esercito egiziano. Ufficialmente repubblica presidenziale, in realtà una perfida dittatura pronta a distruggere chiunque si opponga ad essa. Cosa nasconde questo fantastico paese ?

Primo aspetto è la mancanza di libertà di stampa. Nel 2013, quando Al – Sisi ha preso il potere, le sedi di testate giornalistiche quali Al Jazeera sono state occupate dalle truppe governative , in quanto ritenute di sostenere il partito oppositore al regime dell’esercito, i Fratelli Musulmani. Da quel momento la tv di stato propone soltanto servizi a favore della propaganda governativa, mentre per i giornali la situazione non è molto diversa : coloro che scrivono articoli contro il regime finisce nelle mani della polizia. Sono molti gli esempi di giornalisti, anche stranieri, che hanno denunciato le sevizie del governo di Al – Sisi e che nel migliore delle ipotesi sono stati torturati dopo aver pubblicato i propri articoli, nel peggiore sono tornati a casa come cadaveri, dopo non aver sopportato le terribile torture delle forze dell’ordine.

Secondo aspetto è il divieto di protesta. Le rivolte di piazza Tahir sono ormai un ricordo lontano sbiadito nella mente degli studenti egiziani, che dopo aver sognato la possibilità di un’ occidentalizzazione del paese, sono stati travolti prima dall’orda islamica dei Fratelli Musulmani e poi da quella dell’esercito e del suo generale Al – Sisi. L’attuale presidente della repubblica era stato visto come l’innovatore, in grado di far ripartire un’economia in profonda crisi, invece si è rivelato un uomo assetato di potere. Mostrare dissenso nei confronti di Al – Sisi può costare l’arresto senza alcun motivo, con terribili torture da sopportare. Fra i metodi utilizzati si trovano stupri, pistole elettriche e crudeltà inimmaginabili, fra cui il terribile “spiedo”. I dati di Amnesty International parlano di 80 morti nelle carceri egiziane fra il 2013 e il 2015, mentre le persone arrestate sono circa 40000. Dati raccapriccianti, viste anche le reali motivazioni addotte per la morte di queste ottanta persone: molti di loro sono morti per via di negligenze sanitarie.

Terzo aspetto, legato inscindibilmente con il secondo, è il sistema giudiziario. In conflitto con i Fratelli Musulmani, disposti a rivoluzionarlo anche con la forza, si è rivoltato contro di essi. Dalla caduta del governo Morsi, circa 20000 oppositori politici sono stati arrestati e la maggior parte di loro sono stati condannati a morte, senza un vero e proprio processo. Fra essi lo stesso Morsi, accusato di aver favorito la fuga degli esponenti dei Fratelli Musulmani durante la rivolta del 2011. Amnesty International ricorda come in Egitto a molti avvocati difensori, in seguito alla proposta di condanna a morte per i propri assistiti, venga impedito di proseguire le loro indagini. Il sistema giudiziario è quindi fuori controllo, utilizzato dal presidente per legittimare il proprio potere.

Quarto ed ultimo aspetto è il culto della personalità. Come ogni dittatore che si rispetti anche nel caso di Al – Sisi la figura personale è uno degli ambiti più curati. Per ottenere maggior consenso il feldmaresciallo è stato in grado di trasformarsi come eroe di un celebre fumetto in Egitto, oltre a dar il nome ad un sandwich ed apporre la propria effige su magliette in vendita nel paese delle Piramidi. Un culto della personalità moderno, ma pur sempre un culto della personalità degno di un dittatore.

Per quanto in Occidente l’Egitto paia soltanto come una sicura meta turistica, dove la democrazia è garantita, in realtà è un regime dittatoriale governato dall’esercito e dal suo generale Al – Sisi. Quando si parla di Egitto come simbolo dell’attuazione della Primavera Araba, pensate a quello che è stato scritto qui e meditate su quello che divenuto in realtà questo paese.

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