Una notte all’Accademia – Riapre la Carrara

È difficile scrivere qualcosa sulla riapertura della Carrara, per davvero. Credo che sia dura in generale riuscirci con un’opera d’arte che – come tale – reclama solo d’essere ammirata, senza altri motivi o giri di parole. Quelli, poi, cominciano nell’istante stesso in cui il tuo occhio si stacca dalla superficie della tela e ti rendi conto che hai trafugato, in modo legale, una parte del quadro a cui hai prestato il tuo sguardo.

Era notte, era primavera. E c’era una coda che arrivava dall’altra parte della Piazzetta, rendendo omaggio al busto del Conte che volle la pinacoteca, ma così lunga da raggiungere quasi l’ingresso della GAMEC, unendo in un ponte di magliette e sorrisi due anime della stessa arte.

«Bella, bella, merita. Anche se Madonna con Bambino, Bambino con Madonna – è la serie di chiasmi con cui mi prepara psicologicamente chi è già entrata prima di me –, Madonna senza Bambino, Bambino senza Madonna…». Sorrido e cerco di ricordarmi com’era l’ultima volta che ci sono stato, bambino pure io ma senza Madonna (mi accompagnava mio padre): stoffa pregiata rosso impero alle pareti, il luccichio opaco delle cornici d’oro, una spranga metallica per evitare che ci si potesse avvicinare troppo ai dipinti. Sette anni: tanto è stata chiusa; un po’ di curiosità – dopo tutte le storie su ritardi e presunte occasioni perse – mi pizzica il palato. Forse era qualche retaggio dell’aperitivo, ma quella facciata bianca e illuminata, che continuava a inghiottire colonne di persone, aveva la magia degli edifici antichi che la Notte toglie dalla bacheca polverosa del tempo per dare una mano al restauro, che per quanto posso capire io deve essere venuto davvero bene.

È più tardi, la coda è meno folta e tanto vale entrare con uno degli ultimi gruppi – tutti rigorosamente di trenta persone – cui un tizio della sicurezza, di buonumore quasi il prosecco l’avesse bevuto anche lui, apre le porte. Il personale è gentile, l’ora stringe. Giusto un’occhiata all’ingresso e ci fanno salire nelle scale, candide e ricche di pannelli su cui sono accennate le forme dei quadri esposti con una pellicola più opaca del fondale trasparente. Nelle prime stanze parlano di un problema con l’umidità, consigliano di passare veloci ma non ce ne si rende conto. Il percorso è storico e ben congegnato, si sviluppa lungo le sale e si perde la cognizione del tempo – o se ne ha l’illusione – per tutti e due i piani dell’allestimento. Qui abuserei della vostra pazienza, oltre che della mia penna, se provassi a rendervi la sensazione che si prova. Deve essere come una danza che volteggia lungo i saloni e si riflette, deformata nel cubismo variopinto del marmo, sul pavimento lucido e luccicante. Incantevole – e non era facile riuscirci; non pesano nemmeno le didascalie scritte sul muro, abbastanza in basso da far chinare chi si sia scordato gli occhiali in qualche caso. Ogni quadro è una storia che si racconta da sé e sussurra cose diverse a chi è disposto a dedicargli un po’ di tempo e un po’ d’ascolto.


«A me è piaciuta molto – mi dice Giorgio che l’ha vista la prima sera –. È il quarto museo d’arte in Italia dopo gli Uffizi e si è visto. Nonostante i ritardi, a mio parere hanno fatto un gran bel lavoro: tante opere di artisti bergamaschi e non solo. È interessante che sia una delle poche collezione create solo da donazioni di privati».


Non posso andare oltre il consiglio di visitarla, tanto più che l’entrata è gratuita sino al termine di questo week-end (orario 10/24). La coda è molta, si parla di 4 mila e cinquecento visitatori nel primo giorno (venerdì) d’apertura, ma è una prova che ne valga davvero la pena – oltre che la posa da intellettuale, soprattutto se te lo consentono gratis, va parecchio di moda. La serata inaugurale ha stupito un po’ tutti: i giornali hanno parlato – non a torto –  di “Grande Bellezza” e il vento dell’entusiasmo continuerà a soffiare ancora a lungo, abbastanza da dimenticare polemiche e ritardi. L’arte ha messo tutti d’accordo forse perché riesce ancora a togliere il fiato e strappare ammirazione. Una volta tanto in silenzio, o sottovoce. Al di là dei secoli, torniamo Bambini abbastanza da sorridere per qualcosa che non sia materiale, non importa dove abiti la nostra Madonna: in cielo – da sempre o in anticipo –, ad aspettarci a casa o poco più avanti di noi nella sala. Lei sarà sempre più bella di tutte le opere luminose della pinacoteca, ma questa è un’altra storia su cui sorvoleremo per non far torto ad artisti del calibro di Lotto e Hayez.

La bellezza non solo ci circonda, fa parte di noi.

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