Renault e inquinamento: anche la francese coinvolta nello scandalo Volkswagen?

Sul numero del 14 gennaio 2016 de “Il Sole 24 ore” è comparso in prima pagina il titolo “Renault, emissioni nel mirino”. Gli investigatori del servizio antifrode francese hanno deciso di sequestrare i computer dei settori industriali “omologazione e messa a punto dei controlli motori” di alcune sedi dove la casa francese produce le sue auto. Questo fatto è stato causa di un crollo del 20% in Borsa, e per di più ha portato con sé anche altre grandi produttrici del settore, tra cui anche FCA. Tutto ciò in quanto si pensava che questi investigatori avessero iniziato tali indagini dopo aver rilevato incongruenze riguardo le emissioni di CO2, oppure la presenza di software truccati come nel caso di Volkswagen. Chiaramente Renault, non potendo permettersi di far crollare la propria reputazione come è successo alla concorrente tedesca, ha dichiarato che fino a quel momento le indagini degli investigatori non hanno riscontrato alcuna anomalia riguardo alle emissioni e nessun software “illegale”; hanno anche reso noto che l’azienda sta “cooperando con le ulteriori indagini in corso”.

Terminati i controlli, gli investigatori hanno rilevato che le emissioni risultavano effettivamente oltre la norma. Sempre per salvarsi la faccia, l’azienda francese ha deciso di passare alle maniere forti: un programma di richiamo per 15000 Captur. “Essi saranno posti sotto esame per verificare che i livelli di emissioni siano sotto la norma come dichiarato”, facendolo passare come una sorta di controllo qualità, per cercare di modificare i filtri il più velocemente possibile e rimediare a questo “errore di distrazione”. Inoltre, tutti gli attuali proprietari di auto Renault, a partire da luglio, potranno chiedere di verificare che sul loro veicolo i filtri risultino a norma e nel caso non lo fossero, di cambiarli gratuitamente (un po’ come è già successo per tutti gli amanti della Golf, della Polo e della Passat). Dunque, la prima azienda scoperta a imbrogliare è tedesca, poi si è aggiunta anche una francese. La domanda ora sorge quasi spontanea: sarà questo uno dei pochissimi casi in cui l’Italia non risulterà come ingannatrice ma, al contrario, affidabile e responsabile? Probabilmente lo sapremo tra qualche mese.

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