La superficialità di fronte al male

Il vento sferza la pianura di Birkenau. So che, nelle nostre vite, è l’ultima volta che spazzerà la ghiaia e agiterà le pozzanghere fangose. Le nuvole sono montagne che si ergono a ridosso del campo di sterminio, il campo di morte. I loro picchi si arroccano, come torri nei castelli del cielo: questa è l’ultima volta che ci inabisseremo così tanto dentro la terra, l’ultima volta che invidieremo persino una nuvola per la sua altezza sopra l’inferno.

Ma l’inferno è lì, e lì resta. Da lì non si muove e, al di fuori di questa giornata, in quanti di noi visitatori resterà davvero una traccia per sempre?

 

Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati

Ha cielo e denaro

Ha cielo ed amore

Protetta da un filo spinato

È dentro ad Auschwitz o Birkenau o Dachau o Mauthausen che sentiamo di riaffermare la nostra libertà. È dentro l’inferno che sentiamo di essere umani e di avere le nostre libertà, così come è di fronte agli attentati di Parigi che sentiamo il dovere di riaffermare la forza dei nostri diritti, ma mai negli altri momenti della nostra vita. La libertà, noi la ritroviamo dentro al campo di morte: la troviamo nel passato, la troviamo nelle nostre lacrime passeggere, non nel presente.

Ma fuori, quando siamo usciti, ci lasciamo alle spalle i resti delle baracche che settant’anni fa rinchiudevano dalle novanta alle centomila persone. Cosa è delle lacrime, cosa è degli occhi che non sono più in grado né di sopportare la vista dei resti dei forni né di incrociare lo sguardo dei propri compagni, in cerca di quello stesso dolore e cioè di uno sguardo pieno d’umanità?

La libertà resta nell’inferno, perché non siamo capaci di portarcela fuori: passa in secondo piano. Qui, in ciò che inferno non è, non ci si preoccupa di nascondere qualcosa allo sguardo, ma di aver sùbito altro da osservare. In un’epoca in cui in ogni momento siamo bombardati da innumerevoli messaggi pubblicitari, sempre nuovi e diversi, non c’è spazio per serbare un ricordo e riaffermare quotidianamente una verità dal passato. Tutto ciò che è accaduto è annullato e ogni pensiero lo affonda in un abisso più profondo del campo di morte: lo ricaccia nelle profondità della mente, senza possibilità di riemergere. Consumiamo ogni istante soffocandolo con immagini superflue e non si vive più a fondo ogni momento.

È per questo che attorno ad Auschwitz c’è un hotel, è per questo che dentro una baracca – ci piace credere riadattata e sicuramente posteriore al campo – si trova l’insegna restaurant. Per questo troviamo una coppia che si fa selfie di fronte alla parete tappezzata delle fotografie dei deportati. Per questo troviamo una donna che si siede in un atteggiamento da modella sui binari di Birkenau. Posa come una modella lungo la ferrovia che ha condotto milioni di persone dentro un forno a morire. Ma soprattutto, è per questo che ci sono persone che non sono affatto scandalizzate da tutto ciò.

Auschwitz resta un momento, resta un frammento di inferno, teatrale e maestoso, che non visiteremo mai più. La pulsione alla libertà che abbiamo avvertito al suo interno sarà ben presto sommersa da bagliori contraffatti, studiati per deviare la nostra attenzione.

Così il male ci è mostrato attentamente, nel puzzo delle camerate di legno putrescente e nella spettacolarità della sala di venti metri riempita da due tonnellate di capelli di donne ebree. Eppure, questo male non dura che un istante: è consumismo del male, è turboconsumismo.

 

Sentivo la mia terra

vibrare di suoni, era il mio cuore

e allora perche’ coltivarla ancora

come pensarla migliore?

About Luca Baggi

Wandering and wondering.

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