Il mistero di Majorana: vivo in Venezuela negli Anni 50

Ettore Majorana fu uno dei più grandi fisici che l’Italia ricordi, considerato da alcuni studiosi addirittura il ponte fra Newton ed Einstein. Brillante teorico, matematico straordinario. Ma più dei suoi contributi, determinanti, alla scienza è noto il caso della sua scomparsa nel nulla del 1938, non aveva ancora 34 anni. L’affaire Majorana, come fu chiamato, potrebbe aver trovato oggi una parziale soluzione: la procura di Roma ha stabilito che fosse vivo fra il 1955 ed il 1959 a Valencia, in Venezuela, ed ha dovuto archiviare il caso per la mancata collaborazione delle autorità venezuelane. La chiave di volta delle indagini è una foto che rappresenterebbe proprio Ettore, che in Sud America rispondeva ad un nome laconico e diverso: Signor Bini.

Ettore. Nato a Catania nel 1906 da un’importante e agiata famiglia con una marcata propensione per le scienze – lo zio Quirino era un celebre fisico ed il padre ingegnere –, dimostrò sin da piccolo un’incredibile inclinazione per la matematica. Dopo scuole religiose e la maturità classica a Roma, seguì le orme paterne, iscrivendosi ad ingegneria. In seguito, fu convinto dall’amico Emilio Segrè, all’epoca suo compagno di facoltà, a seguirlo nel neonato dipartimento di fisica. Aveva sede in Via Panisperna e perché il giovane si decidesse fu necessario un incontro con Enrico Fermi. La laurea arrivò nel 1929, con il massimo dei voti e la lode. Furono completamente dedicati agli studi gli anni successivi, di ampissimo respiro. Nel 1933 si recò in Germania, a Lipsia, e qui conobbe Heisenberg, che lo colpì positivamente e risucì a convincerlo a pubblicare alcune sue ricerche. Si trovò anche a Copenaghen e qui conobbe Bohr. Sono nomi che, se avete mai aperto un libro di chimica, dovreste conoscere molto bene. Rientrato in patria, frequenta sempre più saltuarimente l’istituto romano, chiudendosi su se stesso senza mai smettere di studiare.

La scomparsa. Nel 1937, dopo quattro anni di vita condotta in solitudine e recisa da ogni rapporto umano (respingeva la corripondenza scrivendovi di proprio pugno “respinta per morte del destinatario“), accetta una cattedra all’Università di Napoli, rifiutando le prestigiose offerte di Cambridge e Yale. Da sempre è considerato strano, ma nel corso degli anni precedenti la sua condizione è peggiorata notevolmente, si è lasciato crescere barba e capelli ed è afflitto da un potente esaurimento nervoso. Proprio per questo motivo, il 25 marzo 1938 parte dalla città partenopea alla volta di Palermo, per trovare riposo nella terra natia. Prima di partire, ha inviato delle lettere a familiari e amici in cui farnetica alludendo ad una sua imminente scomparsa e chiede loro perdono. Il testo è ingannevole e frammentario, ma è facile pensare al suicidio. Sbarcato in Sicilia il giorno dopo, però, rinnega tutto con un altra epistola e annuncia la sua intenzione di rientrare a Napoli, abbandonando tuttavia l’insegnamento. Da allora, nessuno lo vide più. Le ricerche e l’interessamento personale di Mussolini si portarono ad alcuno sviluppo e furono sospese l’anno seguente. «Ettore era così intelligente che se aveva deciso di sparire dal mondo senza farsi trovare – l’emblematica dichiarazione di Fermi in quell’occasione – è inutile che continuiamo a cercarlo».

Gli sviluppi. «Chi l’ha visto?» fu il titolo comparso sulla Domenica del Corriere in cui si annunciava la scomparsa ed è anche il nome della trasmissione che ha portato alla riapertura di un caso che sembrava destinato a rimanere irrisolto.  Nel 2008, durante il noto programma televisivo, va in onda la testimonianza di Francesco Fasani, emigrante italiano che ha vissuto in Venezuela negli Anni 50 ed asserisce di aver conosciuto Majorana. La prova, la stessa consacrata dalla procura capitolina, è una foto in bianco e nero che ritrae Fasani accanto a un uomo dall’aria allampanata, capelli bianchi e zigomi assai marcati. «Si faceva chiamare signor Bini, era molto riservato e quella fu l’unica foto che si fece scattare – la testimonianza di fronte alle telecamere –. Fu un amico a svelarmi la sua identità. La sua automobile, una StudeBaker gialla, era sempre piena di appunti. Fu lì che trovai una cartolina del 1920 firmata Quirino Majorana e indirizzata a un certo W. G. Conklin». Da queste parole ha preso il via l’indagine conclusasi ieri. Dopo il 1959, nessuna notizia.

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La foto chiave di volta delle indagini, sulla destra Bini-Majorana

Le prove. La foto ha convinto gli inquirenti. I carabinieri del Ris, infatti, hanno confrontato i tratti somatici di Bini con quelli della famiglia Majorana, in particolare con quelli del padre del fisico all’età di cinquanta anni. Il risultato è la piena compatibilità con il profilo del genitore, addirittura nei singoli particolari anatomici. La cartolina segna un altro, seppur debole, punto a favore: è indirizzata dallo zio Quirino ad un fisico americano, riguarda esperimenti sulla natura della forza di gravità. Con lo zio, Ettore portò avanti un’intenso rapporto epistolare di carattere scientifico, anche durante gli anni dell’isolamento. Che cosa ci facesse nell’autovettura resta un mistero, a meno che non si consideri la più suggestiva delle ipotesi. Quella corretta, sostengono a Roma.

I dubbi. Sulle pagine de La Repubblica di oggi è offerto l’interessante parere di Stefano Ronconi, discendente dei Majorana e assolutamente scettico in materia. «Le prove utilizzate per archiviare il caso non mi convincono affatto – il suo intervento –. Ettore era un introverso, mai un sorriso nelle foto che ci sono arrivate. Il signor Bini, invece, ha quasi un atteggiamento sfrontato, oltre a non assomigliare in nulla allo scomparso, a detta di tutti i Majorana. Ma ci sono tante altre cose che non tornano, a cominciare dal fatto che Ettore non ne volle mai sapere di prendere la patente e guidare automobili. Strano ritrovarlo a Valencia con una macchina sportiva». Zichichi è dello stesso avviso: «uno come lui non sarebbe mai andato in Sud America».

Il contributo alla scienza. I suoi primi studi riguardarono numerosi campi: la spettroscopia atomica, la natura del legame chimico, il calcolo di probabilità di ribaltamento di spin degli atomi di un raggio di vapore polarizzato in un campo magnetico a variazione rapida e, in generale, la meccanica quantistica. Negli anni ’20, affrontò il problema del decadimento beta, che infuriava nella comunità scientifica mondiale e coinvolgeva la presenza di neutrini, di cui gli è attribuita la scoperta, ed antineutrini. Le pietre miliari del suo lavoro furono la ricerca sulle forze nucleari – dette alla Majorana, per l’appunto –, sulle particelle di momento intrinseco arbitrario e un la teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone. È passata alla storia anche una sua equazione: l’equazione di Majorana, sempre sul decadimento beta e più precisa di quella del rivale Dirac. Dedusse anche l’equazione ad infinite componenti che è alla base dei sistemi quantistici aperti. Teorizzò l’esistenza di una particella – il fermione di Majorana, che è stata confermata da un esperimento dell’università di Princetown, condotto come aveva ipotizzato negli Anni 30, e annunciata su Science nel 2014 – che è al tempo stesso anche la propria anti-particella. Materia che è anche antimateria. Contemporaneamente una cosa e l’estranea di se stessa, un po’ come accadde al fisico – come fa notare Paolo Giordano sul Corriere della Sera.

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L’equazione che porta il suo nome

Non bastano una foto ingiallita e uno sguardo incerto che indugia verso l’obbiettivo del fotografo a cancellare un colossale punto interrogativo, destinato a rimanere tale. L’unica certezza resta il mistero stesso, la mente geniale e dannata che brilla nell’inchiostro lucido dei fogli di calcoli e dei pacchetti di sigarette, usati come quaderno di appunti sul tram. L’ipotesi è suggestiva, sono tante le domande che vorremmo fare a quel vecchietto, inseguito dalla nostra fantasia. Ma, si sa: non c’è niente di assoluto, immutabile. Ci sono paradossi che, al di là delle molteplici congetture e delle pagine inchiostrate, sembrano assurdi, ci si fa fatica a credere. Come una particella che è l’antiparticella di se stessa.

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