Il labirinto del silenzio

1958, la Germania tenta di risollevarsi dalla sconfitta.
Subito potrebbe sembrare agli occhi di tutti il classico film da 27 gennaio, da sorbirsi a scuola tra un’interrogazione e l’altra, ma a condannare i sostenitori del reich è un giovane avvocato tedesco. Johann Radmann, cresciuto sotto ideali di giustizia, vuole denunciare le atrocità commesse nel campo di Auschwitz che per troppo tempo erano state volutamente accantonate. Comincia così una ricerca estenuante, tra momenti bui e attimi di passione, che lo porterà poi a condurre un gigantesco processo: primo passo per far aprire gli occhi a tutti i cittadini.
Rimane perciò un film molto attuale, quando anche in questi anni viviamo sotto una sorta di omertà generale, tendiamo infatti a ignorare alcune notizie “scomode” e chi combatte per la verità è costretto a vivere una vita più difficile.
A Johann viene ricordato che la sua impresa “è un labirinto nel quale non è concesso perdersi” e questa metafora fa si che ognuno capisca l’importanza di ritrovare se stesso e i propri valori.

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