Fuga per la vittoria. Viaggio nell’inferno del pavé.

 “Era una domenica come molte altre. Il clima era freddo, come al solito nel Nord della Francia. Un po’ di sole dopo giorni di pioggia, quel sole che scalda i cuori dei tifosi, ma anche le gambe dei corridori. Quella gara non era mai stata come le altre perché non esiste altra corsa al mondo come questa. Vento, fango, pietre, quale altra corsa contiene tutto ciò ? Quella domenica era diversa dalle altre, e lo si poteva capire osservando l’inizio, quando il gruppo non voleva lasciar partire la fuga . Poi, dopo 65 km ecco finalmente il tentativo giusto, ed io dentro. “Audentes fortuna iuvat” dicevano i latini, ma qui soltanto la partecipazione era già pura audacia. Audacia che ebbe anche un certo Tom Boonen, un tipo che questa corsa l’aveva già vinta quattro volta. Solo a sentire il suono delle lettere che compongono il suo nome ho ancora i brividi, quegli stessi brividi che mi pervasero quando a 100 km sentì in cuffia la voce del mio direttore sportivo :  si segnalava la caduta di un folto gruppo di corridori, fra cui erano rimasti coinvolti anche i favoriti di giornata , Fabian Cancellara e Peter Sagan, altri due tipi poco raccomandabili per chi correva su due ruote. Ad accompagnare la caduta un attacco di Tom Boonen, il temibile Tom. A 65 km dalla conclusione ecco il ricongiungimento. Sessanta chilometri di duro lavoro gettati al vento, energie disperse fra le conifere dell’ umida foresta di Arenberg, un sogno infranto fra la polvere dei sentieri della campagna francese. Impossibile vincere se nel gruppo c’era lui. Tutto era perduto, o forse no, per lo meno non per me. Davanti a me caddero in sequenza Gianni Moscon, Luke Rowe, Salvatore Puccio, mentre qualche minuto dopo anche Cancellara era caduto, coinvolgendo Sagan. Per loro era la fine ma, dopo aver tirato un respiro di sollievo per esser rimasto in piedi, ecco il carburante finire. Le gambe intrise qual erano di acido lattico non si muovevano più ed io rassegnato che cercavo invano di non staccarmi dal treno vincente. All’improvviso spuntò dal nulla un’ ultima goccia d’energia ,quella goccia con cui rientrai sul gruppetto di testa all’imbocco del Carrefour de l’Arbre , uno dei tratti di pavè più famosi del mondo, ma anche uno dei più complessi da percorrere. Come feci a racimolare quella goccia non lo so ancor oggi, dopo molti anni. Probabilmente grazie alla testardaggine che mi caratterizza ma anche grazie alla Saturno, quel giorno a me favorevole.  Da qui una lunga riconcorsa verso il velodromo di Roubaix, costellata di attacchi e contrattacchi. Per anni avevo sognato di entrare all’interno di quella struttura in testa, e dopo quindici partecipazioni e diciassette stagioni da professionista il sogno si stava avverando. Le tribune del velodromo erano piene in ogni ordine di posto, con tifosi festanti esaltati di fronte all’entrata dei corridori. Un giro e sarei arrivato ponendo fine al mio calvario. Quel giro fu eterno, davanti agli occhi mi passò davanti tutta la vita : l’infanzia, la mia prima bici, la prima corsa, la mia famiglia, la mia prima Roubaix.  Ed ecco il traguardo, quella linea bianca insignificante in grado di cambiarti la linea in un istante, quella linea che quel giorno attraversai per primo. Mi fiondai immediatamente dal mio massaggiatore che mi diede una sconvolgente notizia. Avevo vinto, a trent’otto anni avevo vinto la mia prima Parigi – Roubaix. Non ci potevo credere, era impossibile. Da quel momento non sono più stato lo stesso uomo.“

Ieri Matthew Hayman ha vinto la Parigi – Roubaix alla veneranda età di trent’otto anni, dopo averci provato per quindici volte. Corridore australiano adatto alle corse del Nord, non aveva mai raggiunto un risultato così prestigioso nella sua lunga. Abbiamo deciso di omaggiarlo così, con un racconto che fra qualche anno probabilmente racconterà ai suoi nipoti facendoli emozionare come ha fatto emozionare tutti noi.

 

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