Dalla Selva Oscura: le riflessioni del professor Ugo Gervasoni

 

Rotti gli accordi e le melodie della sala di concerto, per l’aria echeggiano soltanto le detonazioni delle armi da fuoco e le urla delle vittime che non sapevano che le ore di quel fine settimana sarebbero state le ultime della loro vita, perché quei vigliacchi armati avevano tramato, nel buio della clandestinità, quel sacrificio senza significato. Il pensiero si arresta al cospetto di siffatte immagini di oscena crudeltà, vorrebbe non operare, non esistere, così che forse anche quelle potessero scomparire.

Così un nostro insegnante impugna la penna e comincia a raccontare come nella nostra mente, come in un teatro, è stato messo in scena l’attentato. “Di fronte a queste notizie, all’inizio non si sa come reagire”, commenta durante le ore di lezione. Ma alla fine le parole si trovano: è una denuncia, che svela in parte le ragioni economiche di un conflitto e la brama di potere e non di religione dietro agli attentati.

Sono davvero solo motivi religiosi dietro all’ISIS?

Appropriazioni violente, per esempio, di pozzi petroliferi perché si venda il greggio, di nascosto, a chi in pubblico quei terroristi li condanna in vibrati accenti. Donde l’acquisto di armi sempre più potenti, e i venditori hanno certamente due tre quattro volti, uno per ogni operazione da svolgersi in pubblico, gli altri per quelle che il pubblico non deve sospettare.

In un dialogo tra due personaggi immaginari ma molto vicini a noi, Cisalpino e Frediano – provate a capire voi il perché di questi nomi – si svela la posizione razionale e misurata di chi sa che la soluzione va oltre le armi.

Ma per non cadere nella trappola, insieme con la guerra che pare inevitabile con tale nemico, assolutamente inevitabile, occorre approntare altre strategie di condotta, qui, al nostro interno.

E’ la via umile ma irrinunciabile della scuola, dell’istruzione, insieme con quella, pur difficile, dell’integrazione. Finché si emargina lo straniero, si creano nuovi disadattati e sempre rinnovati risentimenti, nemici pericolosi. A chi viene accolto, se veramente accolto, deve essere fatto chiaro l’obbligo dell’apprendimento della lingua del paese novello, unico tramite per la conoscenza della cultura con cui si confronterà. Non sarà la lingua del padrone senza la quale lo schiavo non può che morire, ma usando la quale perde la sua dignità. Dovrà essere lo strumento della mutua comprensione. Diventerà col tempo uno dei suoi diritti, e possessi, più preziosi.

Sono queste le parole controllate e misurate, di chi ha consapevolezza delle proprie emozioni. Non sono parole a vanvera, ma ponderate e soppesate con cura, collocate al loro posto in un quadro mirabile, dipinto da una mente dapprima sbigottita, che ha pieno possesso delle sue facoltà e non si lascia prendere dall’ira o, peggio ancora, dall’odio.

Mi permetto di affiancare queste parole, alle sue, scritte da Alan Moore:

Alcuni vorranno togliere la sicura, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità. E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese.
Afferrate questa prospettiva: leggete tutto quanto il suo intervento, qui, e chissà che la Voce dei Maestri non vi guidi tra qualche altro autore.

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